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Fedele alla terra, l’arte immortale del vino

Nino Barraco racconta a Teatro del gusto il suo “gesto naturale”

di Assunta Casiello


Due sorgenti di energia, di cultura e di arte si avvertono nel chiostro della fondazione Foqus di Napoli, divenuto nei giorni del 4, 5 e 6 maggio, Quartier Generale di Teatro del gusto 2024.

La manifestazione, ideata da Annamaria Punzo, per restituire nuove parole al mondo del vino, si apre con un’aria sottile assorbita dalla spina dorsale, che si propaga con capillarità nelle voci di dialogo tra Nino Barraco, viticoltore marsalese, e Armando Castagno, critico e autore di numerosi saggi.

Si parla in un cortile, il tema è il “gesto naturale”, le parole escono fuori dal cerchio. Lì fuori le radici stanno meglio, accrescendosi di valore e di profondità nella condivisione di principi diversi dal cerchio: “affondano nel gesto umano, agricolo e contadino” dice Barraco in un atto che non è mai un fatto semplicemente materiale, ma unisce corpo e linguaggio, fisicità e pensiero.


Nino Barraco parla con Armando Castagno presenta Barbara Politi al Teatro del Gusto di Napoli - il vino artigianale
(Armando Castagno, Nino Barraco, Barbara Politi photo credits - megapix agency)

Catarratto invece di Chardonnay

Impiantare Catarratto anziché Chardonnay, in quegli Anni Novanta dove i contributi statali all’espianto autoctono erano visti come una manna dal cielo, aveva il sapore di un atto politico e sociale “ma anche – dice Barraco - un gesto di salvaguardia di un paesaggio, restituendo bellezza a un territorio”.

Forse, tutto questo da raccontare è difficile, ma nei vini così prodotti si percepisce una grande cura. Va aldilà dell’annata, buona o brutta, di un travaso, migliorativo o peggiorativo; si traduce in una visione armonica che restituisce un fotogramma di rara bellezza, toglie il fiato e appaga gli occhi.

Succede perchè in “quel vino il gesto per crearlo è fatto di una quotidianità remota, racchiude in sé un insieme di variabili che contribuiscono all’arricchimento del luogo in cui è stato prodotto”.

Servono pochi ricami allora, e quando c’è davvero qualcosa da guardare il calice restituisce un’immortale celebrazione dell’olfatto quanto del gusto.

È il gesto umano che si fa artistico dove “l’opera non implica necessariamente una materialità, è fertile anche senza restituire alcun risultato, oggetto o opera” dice Castagno. Eppure, il suo lascito emotivo è tale che se ne fa carico anche la sua stessa semantica: gesto dal latino gerere, che non sta solo per fare, eseguire, condurre, ma anche per quel mero senso di un supportare qualcosa senza produrre nulla.


Azienda Agricola Barraco Vini vista vigna sulle Isole
(L'azienda Barraco Vini, a Marsala, ha compiuto da poco i suoi primi venti anni di vita, Teatro del Gusto c'era)

Non disunirsi

E a sostenersi qui, a Marsala, come nel mondo del vino, dovrebbe essere la capacità di non disunirsi dal proprio credo, rimanere fedele alla terra, interpretarla secondo il proprio stile.

Non cedere alla tentazione di omologarsi alle lusinghe di un mercato, rimanendo ancorati al proprio gesto artistico dove “Il (e non uno) requisito per essere definito come tale è la sua capacità di essere originale. E’ necessario cioè che, anche attraverso mezzi semplici, si crei qualcosa di nuovo, senza replicare, in forme caricaturali, qualcosa di già esistente”.

Non basta allora un pennello, uno scalpello o una chitarra se, poi, quelle cornici continueranno ad incasellare solo falsi d’autore dotati di asettica perfezione enologica, con una targhetta (o una fascetta di Stato) che proverà strenuamente a dargli una parvenza di finta unicità.

A che ci serve una conduzione enologicamente impeccabile, un gesto puramente accademico dell’arte, in un mondo dalla disperata necessità di ritrovare anche solo un rantolo di autenticità?


Qualcosa da amare

“Abbiamo bisogno di qualcosa da amare e non da stimare, di quell’arte fatta di un’emotività spontanea, abbiamo bisogno dei Sex Pistols che non avranno studiato al conservatorio ma che disordinati, chiassosi e vestiti di nero smuovevano le masse e le emozionavano” continua Castagno.



Bisogno allora di un vino fatto di sensibilità, di un nuovo manifesto punk che spinga la commissioni di valutazione dei vini ad aprirsi a un ventaglio di nuove espressioni, accogliendo anche quelle non chirurgiche.

Di espressioni che forse sfuggono al concetto di tipicità cesellato nei disciplinari di produzione che con le sue regole scritte respinge il libero arbitrio del singolo, e che risultano, però, ad ogni buon conto necessarie “perché il vino è prima di tutto un alimento e va normato” osserva Castagno.

Eppure, c’è bisogno di dar da mangiare anche all’animo, con quei vini che non riescono a resistere in quelle maglie strette, che sanno trasferire qualcosa in più di conoscenza che non sappiamo neppure catalogare. Sembra che il cuore si sposti dalla sua posizione con questi vini.

E sta allora al gesto umano la responsabilità di creare qualcosa di etico (tecnico) e di autentico (artistico) al pari, che sappia sopravvivere alle generazioni degli uomini, per loro natura soggetti a dileguarsi nell’arco di un tempo.

Sta lì l'arte immortale.

 

 

 

 

 

 

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