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Il gesto umano di Nino Barraco

Aggiornamento: 12 apr

Così ha deciso di partire dal fasto e non dal nefasto: «Ho capito che mancava un pezzo importante nel mondo del vino in Sicilia»

di Assunta Casiello

Era il 1993, l’anno dopo lo spartiacque. La morte di Falcone e Borsellino bruciava ancora sulle pelli dei siciliani. Leoluca Orlando sindaco di Palermo disse:

«Sconfiggeremo la mafia quando faremo bene le cose che oggi fa male la mafia, dal welfare al vino».

Marsala 2004. Contrada Bausa, pochi chilometri dal mare, su quella strada che collega Palermo con Trapani. Nino Barraco pianta le sue viti di Grillo, Catarratto, e piccole parcelle di Zibibbo, Nero d’Avola e Perricone. Sta iniziando a fare bene le cose, quelle del vino.



Occhi neri e profondi, barbuto. Sicilianissimo di nascita. Figlio di mezzadri, beveva vini da supermercato “ero uno studente universitario, non potevo permettermi altro”. In quegli anni, mentre dà esami alla facoltà di Scienze Politiche, incappa in un convegno rivelatosi poi salvifico: “Era il 2003, stavo assistendo a una sorta di passaggio generazionale tra padri e figli delle grandi aziende del vino”.

In quell’aula i nomi che ancora oggi fanno grande la Sicilia nel mondo: “Per la prima volta mi trovavo a bere quelle bottiglie. Tutte perfette. La parola terroir (già in voga a quell’epoca) risuonava frequentemente in quella sala. Eppure, in quei vini non sentivo l’uva”. “È stato in quel momento che ho capito che mancava un pezzo importante nel mondo vitivinicolo siciliano.  Volevo fare un vino solo con l’uva”. Nell’autunno dell’anno successivo la sua prima vinificazione: “Ho iniziato da sette ettari” - ripartiti tra la sua famiglia e quelli di Angela, oggi sua moglie - “e quasi da subito ho avuto conferma che stavo facendo un vino con l’uva” , sorride con un understatement che pare delineare il suo carattere mite e deciso.

Senza urlare. Chissà se già lo sapeva, eppure Nino stava iniziando a combattere il qualunquismo del vino marsalese ancora perso tra tuorli d’uovo e approssimazione del tutto, ma soprattutto nei meandri di una memoria sopita.

Gli sgoccioli del diciottesimo secolo erano fin troppo lontani. Della Marsala di fine 1700, di quei centri operosi chiamati bagli fatti di pietre locali, laboratori di fine trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli. Ogni famiglia ne aveva uno. Qui si perpetuava quell’antico sapere del vino per le grandi occasioni: lo chiamavano Perpetum. Vino, appunto, marsalese prima ancora che inglese.

Come vorrebbero i Woodhouse o gli Ingham. Di quella Marsala nulla era rimasto. Mentre puzzavano ancora di vernice fresca quei nefasti del dopoguerra che dalle botti che custodivano Cataratto, Inzolia e Grillo si erano trasformati in rocamboleschi prodotti industriali. Nino allora ferma il ricordo. E come de Bartoli allora, primo Masaniello che attraversò l’inferno del falso vino di Marsala, decide di partire dal fasto e non dal nefasto.Sente la terra tra le mani. Destruttura le operazioni fino ad allora eseguite nei campi, costruisce una nuova linea di pensiero, compatta squadre di uomini. Crede nel valore assoluto di quello che produce.



Di quei 7 ettari iniziali, arrivati oggi a 21, oltre una parte è lasciata al seminativo “fondamentale per fare agricoltura di qualità, perché mi servono per far riposare e rigenerare i terreni.  Una rotazione che mi consente ogni cinque, sei anni di andare a reimpiantare”. Con una produzione annuale di circa 70 mila bottiglie.

E se ci riesce non è grazie alla meccanizzazione ma alla carica umana di quegli uomini chiamati artigiani che lo producono: “Sono ritornato a impiantare moltissime viti ad alberello. Potrei risparmiare migliaia di euro con un sistema a spalliera, ma a me piacciano i panorami e i panorami si vedono dall’alto”.

Una scelta, allora, fatta anche per salvare il bello. Con molte delle sue viti situate su un altipiano a guardare le saline e le acque basse e scure dello Stagnone, sorvegliate a vista dallo sguardo diritto dell’isola di Mozia mentre la vedetta lontana è data dalla più distante isola di Favignana. Oggi l’azienda Barraco è un punto di riferimento, con piccole realtà che ne seguono l’esempio. Ma il rischio di ritornare al brutto è di nuovo dietro l’angolo.

La globalizzazione da queste parte si chiama “sicilianizzazione”. Tutto è pistacchio di Bronte, i gamberi, neanche uno di meno, sono di Mazara, Pachino da sola a sostenere il mercato mondiale dei pomodori. La beffa del mercato è una lunga sequela che trova nella produzione dei vini un altro mare magnum in cui il consumatore non può che affogare: “Non sta rimanendo niente a Marsala. Cerchiamo di salvare pezzi unici in un mondo omogenizzato”.

A partire dalle lunghe standing ovation di prezzi slogan al supermercato che ne sono la triste conferma. Innocue etichette da € 2,50 celano pagine intere con le quali sono stati autorizzati impianti nuovi, meccanizzazioni, fertilizzanti e diserbanti.




Pagine per arrivare finanche alle certificazioni acclamate del biologico: “Sono prezzi di due realtà diverse: da un lato l’azienda commerciale pura che compra vino finito e poi lo rivende e dall’altro sono proprio le cantine sociali che vendono in maniera diretta, convinte, ancora oggi, che l’unica cosa importante sia accontentare i singoli soci per pochi centesimi di guadagno su ogni bottiglia. In entrambi i casi quel prezzo è esattamente quanto vale quel vino. Non è più agricoltura è solo industria”. E un giro tra le contrade marsalesi rende forma a queste parole, tra filari che rompono ogni legame con il loro territorio eppure, invece, fortemente connessi con le normative europee. Contributi Ocm che incentivano all’estirpazione e al reimpianto nello stesso anno “viene pagata anche la mancata vendemmia e spesso le barbatelle sono di scarsa qualità”.

Quasi tutto è diserbante, quasi tutto è sistemico. “Non c’è più amore. E quel prezzo è questo che rispecchia”. Ecco cosa nasconde quella piccola e innocua etichetta: la pantomima di un fallimento culturale travestito da innovazione.

Come può allora trovare custodia e salvezza, in una logica di sciacallaggio mercantile, quell’antico sapere?

“Resisto, lo faccio con l’integrità del gesto contadino del giorno dopo giorno. Senza guardare all’aspetto economico, continuo a potare alla marsalese, a non usare diserbante, faccio tutto in biologico, come prima anche oggi faccio il vino solo con l’uva. Questa è la mia idea del vino artigianale”. “E non è un guardare al passato in maniera nostalgica, ma perché spesso mi rendo conto che quelle cose avevano un senso. Prima era un sapere che si tramandava di generazione in generazione, spesso neanche si chiedevano perché si faceva in quel modo, eppure andava e andava bene. Perché quello era l’unico modo concepito per vivere: stare a contatto con la vigna. La differenza con me è solo la consapevolezza che forse prima non c’era, ma il gesto è rimasto sempre lo stesso. Oggi invece mi arrivano centinaia di curriculum per lavorare solo in cantina e nessuno per la vigna”. Un fiume calmo e pacato di parole e intrise anche della consapevolezza che le avanguardie del secolo in corso hanno, invece, portato a un’idea di sano che si sovrappone a quello, solo normativo, della parola biologico. In una confusione linguistica distruttiva, nichilista di cosa sia in realtà il vino fatto solo con l’uva.  Il non senso ormai è insito.




Parole come “tradizione”, “memoria”, “umano”, “naturale” sono allora diventate vuote o sono ancora piene del loro significato?  “Il passaggio generazionale dice tanto di come si possa trasformare il tessuto sociale. Queste parole potrebbero ritornare al loro pieno significato se la comunità si trasformasse in inclusione e invece a Marsala, come nella provincia di Trapani tutta, manca il collettivo. Il codice della comunicazione qui non è la parola, ma solo osservare gli altri”.

E per rispondere con fatti e poco spazio alla retorica l’esegesi di un nuovo progetto virtuoso, e appunto, inclusivo, con Halarà che nasce nel 2019. Nino accorcia le distanze e si stringe in girotondo con i suoi amici di sempre Giovanni Scarfone (Bonavita), Corrado e Valeria Dottori (La Distesa), Francesco De Franco (A' Vita) e Stefano Amerighi da quel di Cortona “nasce dall’amicizia che ci lega. Tutti in comune abbiamo il tarlo dell’insoddisfazione con la voglia di ripartire da zero, per fare sempre meglio”. Affamati di bellezza, supportati da un amore autentico per ciò che sentono, queste menti hanno costruito un nuovo “menù” che ammette sostanziali modifiche tra le conoscenze dell’uno e degli altri, mischiare le culture per dar vita a un progetto il cui titolo non è “Paese che vai vino che trovi”. Qui, a Marsala in Contrada Abbadessa, due ettari di vigna a Catarratto e Parpato per una produzione di appena cinquemila bottiglie da cinque menti e dieci mani. A dimostrazione che la torre di Babele sembra restare in piedi grazie al solo collante dell’eticità. Non c’è bisogno di pronuncia in questo progetto, ma solo di gesti umani.




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